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Si segnala, a tutte le persone che visualizzano il contenuto di questa pagina che,le immagini pubblicate sono frutto della mia opera artistica e pertanto si tratta di attività protetta dalla normativa sul diritto d’autore. In particolare, la Legge 22/04/1941 n° 633, G.U. 16/07/1941. Non sono, dunque, consentite condivisioni, qualunque sia l’impostazione del profilo privacy del social network, senza mio preventivo ed espresso assenso all’utilizzo della fotografia, né tanto meno sono consentite le opere di salvataggio con o senza modifica delle fotografie stesse, compresa l’attività di appropriazione della foto con eliminazione/sostituzione della f irma, qualunque ne sia la destinazione d’uso finale, sia esso un uso privato o uno scopo di lucro. L’uso esclusivo delle fotografie è riservato all’autore. Ogni utilizzo delle mie opere in violazione delle norme sul diritto d’autore non verrà tollerato

DIARIO DI SCATTO

L’alba di Pian Rosso

Ricordo ancora il rumore dei suoi passi sull’erba bagnata.
Io ero piccolo, lo zaino troppo grande sulle spalle e le scarpe nuove che mi facevano sentire un vero esploratore. Lei camminava davanti a me con passo lento ma sicuro, ogni tanto si voltava e sorrideva, come per assicurarsi che fossi ancora lì. L’aria profumava di resina e terra umida, e il sole iniziava appena a indorare le cime sopra Viozene.

«Guarda come cambia il colore delle montagne», mi disse.
Io guardavo lei più che il paesaggio.

Quella fu la mia prima escursione. Da Viozene a Pian Rosso. Un sentiero semplice, quasi discreto, ma per me era l’Himalaya. Perché non era la meta a renderlo straordinario: era la sua mano pronta ad afferrare la mia nei tratti più ripidi, la sua voce che trasformava ogni pietra in una storia, ogni albero in un custode silenzioso.

 

Ogni anno, nello stesso giorno, torno lì.

Non è solo un’escursione. È un rito.
Parto nel cuore della notte, quando il mondo dorme e i pensieri fanno meno rumore. Il fascio della frontale taglia il buio mentre il sentiero si svela passo dopo passo. Camminare così, nel silenzio, ha qualcosa di sacro: ogni rumore diventa presenza, ogni respiro un dialogo silenzioso con lei.

Arrivo davanti al rifugio a Pian Rosso che il cielo è ancora sospeso tra blu e nero. Aspetto. L’alba, lassù, non è mai uguale a se stessa. I primi colori accendono le cime con delicatezza, come se qualcuno stesse dipingendo il mondo da capo.

È in quel momento che la sento più vicina.

 

Dal punto di vista fotografico, questo scatto non nasce per stupire. Non è la location epica che attira fotografi da ogni parte. È un luogo semplice, essenziale. Ma forse proprio per questo autentico.

Quest’anno ho portato con me la mia piccola Canon M50, leggera nello zaino ma capace di raccontare molto. Ho scelto di lavorare in HDR, una tecnica che mi permette di unire più esposizioni – una per le alte luci dell’alba, una per i mezzitoni e una per le ombre ancora profonde del primo mattino.

All’alba il contrasto è sempre una sfida: il cielo si accende rapidamente mentre il primo piano resta scuro. Ho scattato una sequenza in bracketing, mantenendo ISO bassi per preservare dettaglio e pulizia (ISO 100), diaframma chiuso intorno a f/8 per avere nitidezza diffusa e tempi variabili a seconda dell’esposizione. Il treppiede, in questi casi, è più di un accessorio: è un alleato silenzioso.

In post-produzione ho cercato equilibrio. L’HDR, se spinto troppo, rischia di diventare artificiale. Io volevo solo avvicinarmi a ciò che vedevano i miei occhi in quell’istante: la luce che nasce e l’ombra che lentamente si ritira. Nessun effetto eccessivo, solo rispetto per la scena.

Perché quella fotografia non è un esercizio tecnico. È una memoria.

 

Ogni anno, quando il sole supera la linea delle montagne e scalda il rifugio di Pian Rosso, resto in silenzio. Ripenso a quel bambino che arrancava sul sentiero e a quella donna straordinaria che, senza saperlo, stava insegnando molto più che a camminare in montagna.

Mi ha insegnato ad osservare.
Mi ha insegnato ad aspettare.
Mi ha insegnato che la bellezza non ha bisogno di essere rumorosa.

Forse è lì che è nata la mia fotografia. Non davanti a un sensore, ma davanti a un’alba condivisa.

Quando ripongo la macchina nello zaino e inizio la discesa verso Viozene, il sole è ormai alto. Il sentiero è lo stesso di tanti anni fa. Io non sono più lo stesso bambino. E lei non cammina più accanto a me.

Eppure, in qualche modo, ogni anno arriviamo insieme a Pian Rosso.

E ogni anno, davanti a quell’alba, le sussurro grazie.