facebook
instagram
tiktok
youtube
phone
messenger
telegram
whatsapp

Si segnala, a tutte le persone che visualizzano il contenuto di questa pagina che,le immagini pubblicate sono frutto della mia opera artistica e pertanto si tratta di attività protetta dalla normativa sul diritto d’autore. In particolare, la Legge 22/04/1941 n° 633, G.U. 16/07/1941. Non sono, dunque, consentite condivisioni, qualunque sia l’impostazione del profilo privacy del social network, senza mio preventivo ed espresso assenso all’utilizzo della fotografia, né tanto meno sono consentite le opere di salvataggio con o senza modifica delle fotografie stesse, compresa l’attività di appropriazione della foto con eliminazione/sostituzione della f irma, qualunque ne sia la destinazione d’uso finale, sia esso un uso privato o uno scopo di lucro. L’uso esclusivo delle fotografie è riservato all’autore. Ogni utilizzo delle mie opere in violazione delle norme sul diritto d’autore non verrà tollerato

chatgpt image 13 ago 2026, 12_21_50 web.jpeg

DIARIO DI SCATTO

L'ORO DI UN ISTANTE

 

Ci sono fotografie che programmi per settimane. Studi il luogo, controlli mappe, effemeridi, meteo e attrezzatura. E poi ce ne sono altre che semplicemente… accadono.

Questa appartiene alla seconda categoria.

Era il 12 agosto, uno di quei pomeriggi di un’estate che sembrava non voler concedere tregua. Ero salito in montagna soprattutto per cercare un po’ di fresco, senza un vero progetto fotografico in testa.

Poi, quasi per caso, è arrivata un’idea: perché non aspettare da quassù l’eclissi di Sole?

E così quello che doveva essere un semplice giro in montagna si è trasformato in uno di quei momenti che finiscono inevitabilmente nel mio Diario Scatto.

La scelta è caduta sulla Colla dei Termini, a 2006 metri di quota, nel cuore delle Alpi Liguri. Un luogo aperto ed essenziale, fatto di ampie dorsali, montagne e orizzonti capaci di lasciare respirare lo sguardo.

Per un fotografo, soprattutto quando il Sole inizia a scendere verso l’orizzonte, un luogo così significa soprattutto una cosa: possibilità.

Il 12 agosto 2026 l’eclissi era visibile dall’Italia in forma parziale e, nel Nord-Ovest, il fenomeno si sarebbe mostrato proprio nelle ultime ore della giornata, con il Sole ormai molto basso sull’orizzonte.

Dopo un breve sopralluogo la sensazione è stata immediata: il posto era quello giusto.

Non restava che montare tutto e aspettare.

Sul treppiede ho sistemato la mia Canon 5DS R, una macchina che continuo ad apprezzare particolarmente nella fotografia di paesaggio per la sua grande risoluzione e per la quantità di dettaglio che riesce a restituire.

Treppiede, naturalmente, d’obbligo.

E poi un accessorio che qualche collega probabilmente definirebbe inutile, esagerato o semplicemente destinato a rimanere per sempre nello zaino: un filtro ND32000.

Questa volta, però, il suo momento era finalmente arrivato.

Un ND32000 è un filtro a densità neutra estremamente intenso, capace di ridurre la quantità di luce che raggiunge il sensore di circa 15 stop. In una situazione fotografica normale significa avere davanti all’obiettivo qualcosa di praticamente nero. Ma quando il soggetto è il Sole, quella enorme capacità di attenuare la luce diventa preziosa.

E quel pomeriggio il piccolo “gadget inutile” si è guadagnato definitivamente il suo posto nello zaino.

Il problema, però, non era semplicemente fotografare l’eclissi.

Volevo raccontare l’eclissi dentro il paesaggio.

Ed è qui che le cose si sono complicate.

La differenza di luminosità tra il disco solare e il territorio circostante era enorme. Esporre correttamente per il Sole significava perdere completamente il paesaggio; esporre per il paesaggio avrebbe invece trasformato il Sole in una zona totalmente bruciata e priva di dettaglio.

Ho quindi deciso di lavorare separatamente: uno scatto dedicato al Sole, utilizzando il filtro ND32000, e poi un bracketing di nove esposizioni per il paesaggio, in modo da avere abbastanza informazioni per costruire successivamente un HDR capace di gestire una gamma dinamica così estrema.

Nove fotografie non semplicemente per “vedere tutto”, ma per cercare di conservare quello che realmente mi aveva colpito di quella scena.

La luce.

È probabilmente la cosa che ricordo maggiormente di quel pomeriggio.

Non soltanto l’eclissi.

La luce.

Durante il fenomeno l’atmosfera aveva assunto qualcosa di particolare. Il Sole era basso, parzialmente nascosto dalla Luna, e davanti a me il paesaggio si era riempito di una tonalità dorata difficile da descrivere.

Io continuo a definirla in un solo modo:

epica.

Una luce calda e profonda, capace di accarezzare le montagne e contemporaneamente trasformarle. Ombre lunghe, contrasti fortissimi, tonalità d’oro e un Sole che lentamente perdeva la sua forma abituale.

Per qualche minuto sembrava quasi che il paesaggio appartenesse a un altro momento, sospeso tra giorno e sera.

Ed è proprio qui che ho incontrato la difficoltà più grande.

Perché vedere quella luce era semplice. Fotografarla molto meno.

Quando siamo davanti a uno spettacolo del genere, i nostri occhi non registrano soltanto luminosità, colori e contrasto. Percepiscono l’ambiente, il vento, la temperatura, il silenzio, l’attesa. Si adattano continuamente alle enormi differenze di luce presenti nella scena e, insieme a ciò che vediamo, conserviamo inevitabilmente anche quello che proviamo.

Una fotocamera, invece, deve racchiudere tutto dentro un’esposizione.

O, in questo caso, dentro molte esposizioni.

Il vero obiettivo non era quindi ottenere una fotografia tecnicamente perfetta. Era riuscire a far sì che, guardandola, si potesse percepire almeno una parte di quello che stavo vedendo lassù.

Il lavoro, infatti, non è terminato alla Colla dei Termini.

La post-produzione è stata probabilmente una delle parti più impegnative dell’intero processo.

Nove esposizioni da fondere per il paesaggio, lo scatto dedicato al Sole da integrare correttamente e, soprattutto, un controluce estremo da gestire.

Una situazione del genere non perdona.

Aberrazioni cromatiche, zone di transizione difficili, differenze di contrasto molto marcate e quella sottile linea oltre la quale recuperare informazioni significa iniziare a rendere l’immagine innaturale.

Ed è proprio questo il punto che mi interessava maggiormente.

Non volevo costruire una luce che non esisteva.

Volevo ritrovare quella che avevo visto.

La post-produzione è diventata quindi una continua ricerca di equilibrio: recuperare il paesaggio senza appiattirlo, controllare le alte luci senza spegnere il Sole, conservare profondità nelle ombre e, soprattutto, mantenere quelle tonalità dorate che erano state l’essenza di quel momento.

Probabilmente è stata questa la vera sfida dello scatto.

Non fotografare l’eclissi.

Fotografare la sua luce.

Ripensandoci, poche ore prima non sapevo nemmeno che sarei finito a 2006 metri con un treppiede piantato nell’erba e un ND32000 davanti all’obiettivo.

E forse è proprio questo che amo della fotografia.

Puoi programmare uno scatto nei minimi dettagli, conoscere l’orario del Sole, studiare la posizione, immaginare la composizione. Ma poi arriva sempre qualcosa che non avevi previsto.

Una nuvola. Un raggio di luce. Un incontro.

O magari la Luna che, per qualche minuto, decide di passare davanti al Sole.

La tecnica serve.

Serve conoscere la propria macchina, sapere quando utilizzare un filtro, capire come affrontare una gamma dinamica estrema e avere abbastanza esperienza da reagire velocemente quando le condizioni cambiano.

Ma tutto questo, alla fine, serve soprattutto a una cosa:

essere pronti quando davanti ai nostri occhi succede qualcosa che vale la pena ricordare.

Quel pomeriggio alla Colla dei Termini ho portato a casa una fotografia difficile, costruita attraverso dieci esposizioni, parecchio lavoro di post-produzione e qualche inevitabile imprecazione davanti al monitor.

Ma soprattutto ho portato a casa il ricordo di quella luce.

Una luce dorata, intensa, quasi irreale.

Una di quelle che durano pochi minuti e che probabilmente nessun sensore riuscirà mai a raccontare esattamente come l’hanno vista i nostri occhi.

E forse va bene così.

Perché alcune fotografie non nascono per dimostrare quanto siamo stati bravi a catturare un momento.

Nascono semplicemente per ricordarci quanto siamo stati fortunati a essere lì quando quel momento è accaduto. vorresti mettere piede.