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DIARIO DI SCATTO
A CACCIA DELLA
PRIMA LUCE
Quattro ore nel buio per vedere nascere il giorno dalla cima delle Alpi Liguri
Ci sono fotografie che si scattano con una macchina fotografica e poi ce ne sono altre che, prima ancora di essere scattate, bisogna guadagnarsele. Nascono da una sveglia nel cuore della notte, da chilometri percorsi nel buio, dal respiro che si fa corto mentre il sentiero sale e dalle gambe che iniziano a chiederti perché lo stai facendo. Nascono dalla voglia di essere lì, esattamente in quell'istante in cui la notte lascia lentamente spazio al giorno e la montagna si accende sotto i primi raggi del sole.
Questa volta la meta era il Marguareis, la cima più alta delle Alpi Liguri.
L'obiettivo era semplice soltanto a parole: arrivare in vetta in tempo per fotografare l'alba. Per riuscirci avrei dovuto partire alle tre del mattino da Carnino, affrontare circa quattro ore di cammino e superare un dislivello di circa 1.300 metri.
Carnino dormiva ancora quando ho iniziato a camminare. Erano circa le tre e davanti a me c'erano soltanto il sentiero e il buio. Nessun panorama, nessuna luce all'orizzonte, nessun riferimento se non il piccolo cono luminoso della mia frontale, che illuminava appena qualche metro davanti ai miei piedi. Il resto era completamente nero.
In quei momenti la montagna cambia volto. Non puoi vedere quanto manca alla cima, non hai la percezione della distanza e ogni curva del sentiero sembra poter nascondere qualsiasi cosa. Esiste soltanto quello che riesci a illuminare con la tua luce. Un passo, poi un altro, e un altro ancora. La salita verso il Marguareis, nel buio della notte, sembrava quasi un viaggio dentro la montagna stessa.
Poi è arrivato il primo imprevisto. Mentre attraversavo la Gola della Chiusetta, nel mezzo di un pascolo, la mia frontale ha iniziato a dare i primi segnali di cedimento. Intorno a me c'erano le mucche e i cani da guardia che le accompagnavano, che mi osservavano attentamente mentre passavo. Una situazione già abbastanza particolare da vivere nel buio più totale. Poi, proprio lì, la frontale ha deciso di spegnersi definitivamente.
Per qualche istante sono rimasto fermo, cercando di capire cosa fare. Fortunatamente avevo con me una seconda luce. Peccato che anche quella avesse evidentemente deciso che quella mattina non aveva nessuna intenzione di arrivare fino in vetta. Dopo aver ripreso il cammino, infatti, anche la frontale di scorta ha iniziato a dare forfait e, pochi minuti dopo, mi ha lasciato nuovamente al buio.
A quel punto, però, ero già abbastanza avanti. E soprattutto il cielo stava iniziando lentamente a cambiare colore. La notte non era più completamente buia e la prima luce dell'alba iniziava a farsi strada all'orizzonte. Era il segnale che non potevo più fermarmi.
Durante la salita ho incontrato un gruppo di escursionisti francesi. loro erano partiti dal Rifugio Don Barbera con lo stesso obiettivo: raggiungere il Marguareis per assistere all'alba. Sono stati una bellissima sorpresa. In montagna capita spesso che persone che non si sono mai viste prima finiscano per condividere qualcosa di molto più importante di una semplice salita. Abbiamo iniziato a camminare insieme, scambiando qualche parola e qualche battuta, mentre il ritmo dei passi lentamente si sincronizzava.
La fatica rende tutti un po' più sinceri e forse anche un po' più amici. L'ultimo tratto verso la vetta lo abbiamo percorso insieme, mentre il buio lasciava definitivamente spazio alle prime tonalità dell'alba.
Quando sono arrivato in cima, il sole stava già preparando il suo ingresso. Avevo pochissimo tempo. Non c'era spazio per fermarsi, respirare con calma o godersi il panorama. Dovevo fotografare.
Ho tirato fuori la mia Canon M50, una macchina piccola e leggera che trovo ideale per trekking di questo genere, dove ogni grammo nello zaino deve avere un motivo per esserci. Ho montato rapidamente la macchina e ho iniziato a preparare lo scatto.
Davanti a me il cielo era ancora attraversato dalle nuvole. Il sole sembrava quasi esitare, nascosto dietro quell'orizzonte incerto. Poi, finalmente, è comparso. Timido. Prima una luce tenue filtrata dalle nuvole, poi quel sottile filo dorato che ha iniziato a disegnarsi sull'orizzonte.
E in pochi istanti tutto è cambiato.
La montagna ha cominciato a prendere colore. Le rocce, le creste, le nuvole e il paesaggio hanno lentamente abbandonato il blu della notte per lasciarsi accarezzare dalla prima luce calda del giorno.
E quella luce non ha illuminato soltanto il paesaggio. Ha illuminato anche me.
Dopo quattro ore di cammino, 1.300 metri di dislivello, il buio, le frontali finite e la fatica, ero finalmente lì. Sul tetto delle mie Alpi Liguri.
Per una scena del genere non potevo affidarmi a un singolo scatto. Il contrasto tra il cielo ancora relativamente scuro e la prima luce dorata del sole era enorme. Così ho utilizzato un bracketing di sei scatti, indispensabile per riuscire a registrare quante più informazioni possibili tra le alte luci del cielo e le zone più scure del paesaggio.
L'obiettivo era realizzare un HDR capace di restituire quello che stavo vedendo realmente. Non semplicemente una fotografia dell'alba, ma l'atmosfera dell'alba. Quella particolare luce che dura pochissimo e che rende ogni cosa diversa da come apparirà soltanto mezz'ora più tardi.
La Canon M50, per quanto piccola, in quel momento aveva tutto ciò che mi serviva. Io dovevo soltanto essere abbastanza veloce da riuscire a fermare quell'istante.
Quando il sole è ormai salito e la luce ha iniziato a invadere completamente il paesaggio, mi sono finalmente concesso il tempo di guardarmi intorno. Ed è stato proprio allora che ho capito quanto fosse valsa la pena partire alle tre del mattino.
Davanti a me si apriva un panorama incredibile. La montagna ormai illuminata a giorno, le creste che si susseguivano all'orizzonte e, molto più in basso, un fantastico mare di nebbia che sembrava trasformare le valli in un immenso oceano bianco.
Ero sulla cima più alta delle Alpi Liguri, immerso in un paesaggio che pochi minuti prima non esisteva ancora. O meglio, esisteva, ma era nascosto dalla notte.
Ed è forse proprio questo che amo della fotografia di montagna. Non si tratta soltanto di raggiungere un luogo. Si tratta di esserci nel momento giusto. Aspettare quella luce, quella nuvola, quell'istante irripetibile. E quando finalmente arriva, capire che tutte le ore di cammino, la fatica, il sonno perso e persino le due frontali morte lungo il percorso erano diventate parte della fotografia.
Avrei voluto rimanere lassù ancora. Molto più a lungo. Ma prima o poi bisogna scendere.
E devo ammetterlo: mi è dispiaciuto lasciare quella vetta. Mi è dispiaciuto abbandonare quel panorama ormai completamente illuminato dal sole, quel mare di nebbia e quella sensazione incredibile di essere sospeso sopra le montagne.
Ho iniziato la discesa voltandomi più volte indietro, quasi nel tentativo di imprimere nella memoria ogni dettaglio di quello che avevo davanti.
Perché alcune montagne, alcune luci e alcuni momenti non si fotografano soltanto con una macchina fotografica.
Si fotografano anche con gli occhi.
E quella mattina, sul Marguareis, credo di aver portato a casa entrambe le fotografie: una nella memoria e una nella scheda della mia Canon.
Ed è per questo che, qualche volta, vale davvero la pena puntare la sveglia alle tre del mattino.
Perché là fuori, mentre tutti dormono, il mondo sta aspettando che qualcuno salga fin lassù per vedere il giorno nascere.